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venerdì, 25 novembre 2005

Un libro «privo di senso» che
improvvisamente ci diventa chiaro!

Una canzone composta nel 2004 e interpretata dal cantante italiano Vasco Rossi, dal titolo: «Un senso», esprime molto bene l'angoscia dell'uomo moderno di non saper dare un senso alla vita e della vaga speranza che magari domani lo si potrà conoscere.

Dice così: «Voglio trovare un senso a questa sera, Anche se questa sera un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa voglia, anche se questa voglia un senso non ce l’ha. Sai che cosa penso? Che se non ha un senso, domani arriverà (...) Domani arriverà lo stesso (...) Voglio trovare un senso a questa situazione, anche se questa situazione un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa condizione, anche se questa condizione un senso non ce l’ha. Sai che cosa penso? Che se non ha un senso, domani arriverà (...) Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha».

E' come un pianto di una persona scettica e priva di speranza che ha davanti a sé un libro, il libro della vita, il libro del senso delle cose, degli avvenimenti, della storia. Questo libro, però, è sigillato strettamente e nessuno sembra in grado di aprirlo e di leggerne il contenuto. Chi mai potrà aprilo? A livello umano questa domanda non ha risposta, salvo la vaga speranza che domani, chissà quando, qualcuno arriverà e questo senso ce lo spiegherà!

Questo assomiglia ad un uomo di nome Giovanni, discepolo e apostolo di Gesù di Nazareth che, sopraffatto non solo dagli acerrimi nemici del movimento cristiano, ma anche dallo scoraggiamento, viene relegato, in esilio, su un'isola del Mar Egeo. Su quest'isola egli ha una visione che mette fedelmente per iscritto. E' una visione piena di misteriose ma significative immagini simboliche.

Leggiamola e poi scopriremo quale scoperta egli faccia che possa finalmente fare luce sulla sua vita e sul destino dell'umanità.

Continua qui

postato da: pcastellina alle ore 25/11/2005 11:08 | link | commenti
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martedì, 22 novembre 2005

Fumare è peccato?


In un tempo come il nostro, impostato com’è ad atteggiamenti molto liberali su tutte le questioni di etica, chiedersi se fumare sia peccato, se chi fuma commetta un peccato, può sembrare una domanda “d’altri tempi”. Sembra infatti provenire da estremisti religiosi ossessionati dall’idea di “cadere in peccato” in tutto quello che fanno. Sulla questione del “fumo” la tendenza oggi, in ambienti cristiani “moderati”, è quella di condonare e tollerare chi fuma, e di dire: «È una questione di libertà cristiana: valuta la cosa secondo la tua coscienza». È possibile, quindi, che molti cristiani che fumano non abbiano mai nemmeno considerato se questo “faccia problema” o che possa di fatto essere considerato “peccato”.

La domanda, però, è del tutto legittima, perché il cristiano deve valutare ogni aspetto della sua vita chiedendosi se sia conforme alla volontà di Dio oppure no, se Gli dia gloria, se contribuisca a fare avanzare il Suo regno e se sia salutare (o edificante!) per sé stesso e per gli altri!

La cosa più incredibile è che, mentre nessuno oggi che abbia buon senso, si azzarderebbe a dire che fumare faccia bene, vi sono molti teologi che assumono la posizione indifendibile che fumare non sia neanche, in sé stessa, una cosa cattiva… Si tende, cioè, a mettere la questione del fumare in una sorta di cosmica “area grigia”, nella categoria delle “questioni di coscienza”. Quando, così, si sceglie di considerare le cose più dal punto di vista dei diritti personali che da quello delle Scritture, è facile sfumare molto la linea che divide il bene dal male e renderla “discutibile”. Dal punto di vista umano è più facile etichettare un teologo come troppo incline a emettere inopportuni giudizi morali che esaminare le evidenze contro il fumo e raccomandare il “discernimento biblico”.

Di fatto, se si esaminano a fondo le Scritture e si considerano tutti i fatti pertinenti, l’unica risposta “onesta” che si possa dare a questa domanda è sì. Fumare è peccato, ed è peccato a molteplici livelli.

Continua in: http://www.riforma.net/etica/fumarepeccato.pdf

postato da: pcastellina alle ore 22/11/2005 07:56 | link | commenti (1)
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venerdì, 18 novembre 2005

Una buona amministrazione
[predicazione del 20.11.05]

La gestione di una qualsiasi società, pubblica o privata che sia, ha bisogno di buoni amministratori, amministratori onesti, fidati, “trasparenti”, responsabili, impegnati, che servano fedelmente e con saggezza gli interessi di quella società e dei suoi singoli membri, promuovendone le finalità e il buon andamento a soddisfazione generale.

Un esempio delle lodevoli intenzioni di creare “una buona amministrazione” è quello dell’Unione Europea. Il 6 settembre 2001, il Parlamento europeo ha adottato, infatti, una risoluzione mediante la quale si è approvato un codice di buona condotta amministrativa[1] che le istituzioni e gli organi comunitari, i loro amministratori ed i loro funzionari devono rispettare nelle proprie relazioni con il pubblico. Si stabilisce, così, il diritto dei cittadini ad una buona amministrazione. Sancisce, ad esempio, che ogni individuo abbia diritto a che le questioni che lo riguardano siano trattate in modo imparziale, equo ed entro un termine ragionevole. Tale diritto comprende in particolare: il diritto di ogni cittadino di essere ascoltato prima che nei suoi confronti venga adottato un provvedimento individuale che gli rechi pregiudizio; il diritto di ogni individuo di accedere al fascicolo che lo riguarda, nel rispetto dei legittimi interessi della riservatezza e del segreto professionale; l'obbligo per l'amministrazione di motivare le proprie decisioni. Inoltre, ogni individuo ha diritto al risarcimento dei danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell'esercizio delle loro funzioni. Infine ogni individuo può rivolgersi alle istituzioni dell'Unione in una delle lingue del trattato e deve ricevere una risposta nella stessa lingua.
 I principi della buona amministrazione, con i doveri ed i diritti che ne conseguono, erano già stati stabiliti nella Bibbia. Dio crea l’uomo come un essere responsabile che deve amministrare il mondo secondo criteri di giustizia e di equità, in modo saggio e oculato. Lo stesso vale per l’amministrazione del popolo di Dio, la Chiesa: la Chiesa ad ogni livello, deve avere amministratori (ministri) che adempiano fedelmente e con saggezza i compiti che Dio ha loro affidato nella Sua Parola. Di come eseguono i loro compiti, essi dovranno renderne conto a Dio in quello che la Bibbia chiama “il giorno del giudizio”. Il giudizio, infatti, comincerà proprio dalla “casa di Dio”, perché molto più sarà richiesto proprio da coloro che hanno compreso ed accolto volentieri le responsabilità di far parte del Suo popolo. L’apostolo Pietro scrive al riguardo: «Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio?» (1 Pi. 4:7).

Il testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione, è una parabola di Gesù che ci parla di buona e di cattiva amministrazione, con le relative conseguenze. Si trova nel vangelo secondo Luca al capitolo 12 dal versetto 42.

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postato da: pcastellina alle ore 18/11/2005 16:24 | link | commenti
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venerdì, 11 novembre 2005

 L'intraprendenza che Gesù loda

Vi sono persone molto abili e di successo che sanno destreggiarsi molto bene nel mondo degli affari e che sanno come «fare soldi», «produrre ricchezza», arricchire e diventare «potenti» in breve tempo. Sono persone che, come si dice, «hanno grandi capacità imprenditoriali». Per raggiungere i loro obiettivi utilizzano spesso metodi moralmente discutibili, ma è indubbio che «arrivano dove vogliono arrivare».

Ho trovato la seguente descrizione delle caratteristiche dell'imprenditore: deve avere fantasia, creatività, fiducia, ottimismo, autostima, capacità tecnica, tenacia, propensione al rischio, spirito di iniziativa, instancabilità, passione per lo sviluppo, tempestività e flessibilità. Nella categoria «flessibilità» molto probabilmente è incluso anche il non farsi troppi scrupoli d'ordine etico e morale... Egli, poi, deve avere capacità di essere «visionario», cioè quello di vederci chiaro su dove vuole arrivare e come arrivarci, «pensando in grande e partendo dal piccolo», deve avere capacità di guida, anche carismatica, essere al servizio dei collaboratori e della società, e deve coniugare e dimostrare quello che, in termini tecnici si chiama: «goal congruence», cioè essere un uomo o una donna che sa fidarsi degli altri ed è affidabile. Deve poi avere «capacità gestionali», cioè sapere come gestire, amministrare, le aziende. Dell'imprenditore si dice che la creazione di valore deve essere per lui «un dovere etico».

Tutto questo è innato in certe persone? Probabilmente sì: per quanto mi riguarda, personalmente, io sono purtroppo ben lontano dall'avere queste qualità e mezzi. Ammesso che io volessi fare l'imprenditore, mi direbbero, però, «Non disperare, perché puoi sempre imparare a diventarlo»! Sì, perché oggi ci sono scuole che ti insegnano a diventare un tale imprenditore e che, pubblicizzando il loro istituto, dicono: «Nei fine settimana puoi migliorare le tue capacità manageriali!».

Vi sorprenderebbe, ora, se vi dicessi che la Bibbia, la Parola di Dio, Gesù stesso, promuove quelle che abbiamo chiamato «capacità imprenditoriali»? Sembra proprio che sia così, visto che storicamente, il movimento noto per prendere la Bibbia molto sul serio, il Protestantesimo, sia stato determinante nella creazione della libera economia di mercato, del capitalismo e quindi del progresso e della ricchezza delle nazioni! C'è una parabola di Gesù che, al riguardo, è molto controversa e che è stata considerata molto «difficile» perché sembra lodare e raccomandare proprio un simile spirito di iniziativa, anzi, quasi giustificare la disonestà nel perseguire i propri obiettivi! Per questo che essa ha spesso lasciato perplessi lettori e commentatori. Se, ed è un dato di fatto, Gesù è ben lontano da poter essere accusato di promuovere o di tollerare una qualsiasi forma di immoralità, che cosa ha voluto dire, Gesù, quando ha raccontato la Parabola del fattore infedele?

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postato da: pcastellina alle ore 11/11/2005 13:55 | link | commenti (3)
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