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giovedì, 26 gennaio 2006

Sempre di più e di meglio: un'ambizione legittima

[29.1.2006]

Vi sono sempre state «società segrete» che prevedono un percorso iniziatico in cui il candidato è portato, gradualmente, a conoscerne i misteri. Essi offrono ai loro adepti conoscenze e capacità sconosciute ai «non iniziati» a cui si giunge solo dopo essersi sottoposti a riti e prove di diverso genere.
Nell'area mediterranea del primo secolo della nostra era, il mondo del Nuovo Testamento, queste società segrete erano molto comuni. Fra di esse c'era il movimento dello Gnosticismo. Entrando a far parte di questa società, l'adepto veniva introdotto a diversi livelli di conoscenza e di potere, spesso di carattere magico, a privilegi negati ai «comuni mortali».
Oggi la società segreta più conosciuta è la Massoneria, di cui i membri vogliono ambire a privilegi sociali e posizioni di potere impegnandosi a osservare un preciso codice di condotta. Ci sono però anche diversi tipi di sétte esoteriche, occultistiche e sataniste, i cui membri ritengono di potere acquisire sempre più grandi poteri magici. Questo ci viene oggi illustrato, ad esempio, dai libri della saga di Harry Potter.
Il cristianesimo ha da sempre contestato e contrastato tutto questo. L'apostolo Paolo, per esempio, istruisce il suo discepolo Timoteo a tenersi lontano dalle seduzioni dello Gnosticismo. Gli scrive: «Evita i discorsi vuoti e profani e le obiezioni di quella che falsamente si chiama scienza» (1 Ti. 6:20).
Sebbene questo tipo di fenomeni siano perversi e falsi, il principio della gradualità e della crescita nella conoscenza e nelle capacità è del tutto legittimo. Il sistema scolastico antico e moderno, ad esempio, guida gradualmente l'uomo e la donna ad acquisire quelle conoscenze e capacità che possono renderci cittadini istruiti, responsabili e capaci. Dalla scuola per l'infanzia agli studi post-universitari, l'esperienza scolastica, benché mai realmente terminata, significa avanzare in diversi gradi di conoscenza e capacità.
Lo stesso vale per la fede cristiana. La fede cristiana autentica, infatti, non significa l'acquisizione una volta per tutte di ciò che essa offre, ma è un cammino, una graduale acquisizione di conoscenze e capacità che ci mettono in grado sempre meglio di vivere e praticare i valori morali e spirituali che troviamo nel Signore e Salvatore Gesù Cristo. Noi giustamente lo chiamiamo Maestro, il Maestro per eccellenza, ed i cristiani sono fondamentalmente discepoli di Gesù.
L'apostolo Pietro, nella sua seconda lettera, ad esempio, ci esorta in questo modo, "[Dio] ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù. Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l'autocontrollo; all'autocontrollo la pazienza; alla pazienza la pietà; alla pietà l'affetto fraterno; e all'affetto fraterno l'amore. Perché se queste cose si trovano e abbondano in voi, non vi renderanno né pigri, né sterili nella conoscenza del nostro Signore Gesù Cristo. Ma colui che non ha queste cose, è cieco oppure miope" (2 Pietro 1:3-9).

Il testo biblico sottoposto alla nostra attenzione quest'oggi è fondamentalmente una preghiera che l'apostolo Paolo esprime in favore dei cristiani che si trovavano nella città di Efeso. Egli prega affinché essi progrediscano nella fede, nell'amore, nella conoscenza e nelle capacità che caratterizzano un autentico discepolo ed imitatore di Cristo. Si tratta indubbiamente di una preghiera buona e necessaria per ogni cristiano.
Leggiamo il testo in Efesini, capitolo 1, dal versetto 15:

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postato da: pcastellina alle ore 26/01/2006 22:20 | link | commenti (1)
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giovedì, 19 gennaio 2006

Il più grande ostacolo alla nostra salvezza

[22.1.2006]

Riassunto della predicazione. Gesù non aveva operato miracoli a Nazareth, cittadina dove aveva trascorso la sua infanzia e gioventù, a causa dell’incredulità e dei pregiudizi di quella gente. Giustificando la sua inazione, Egli dice: “Al tempo del profeta Eliseo, c'erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato; lo fu solo Naaman, il Siro” (Lu. 4:27). Questo fa infuriare quella gente, ma Gesù aveva colpito nel segno. L’antico racconto sulla guarigione di Naaman il Siro (2 Re 5:1-19) è molto istruttivo anche per noi proprio quando ci chiediamo eventualmente perché Dio non operi fra di noi le grandi cose che udiamo che Egli ha fatto nel passato ed in altri luoghi. Naaman il Siro era un uomo potente, influente e ricco. Avrebbe avuto tutto nella vita se non fosse perché era affetto dalla lebbra, malattia che ben presto avrebbe completamente pregiudicato il godimento dei suoi beni e la vita stessa. Una semplice servetta israelita che lavorava in casa sua, e che non ha vergogna di testimoniare la sua fede nel Dio vero e vivente, però, gli dice che se si fosse recato presso il profeta Eliseo, fedele servitore di Dio, in Palestina, egli l’avrebbe guarito. L’aveva provate tutte, ma senza risultato. Proverà anche questo. Con un grande seguito e con ricchi doni si reca dal profeta che, però, li rifiuta e neanche lo vuole incontrare. Gli manda solo un servo che gli dice che sarà guarito se solo si immergerà sette volte nel fiume Giordano! “Che cosa ridicola”, egli pensa, ed è anche offeso per questo. Egli, però, deve pure guarire dal suo orgoglio e dalla sua presunzione, dall’accampare diritti e meriti che non possiede ed, umilmente, fare solo quello che Dio gli chiede, senza discussioni. “Semplice”, ma è l’unica cosa che potrà guarirlo. Spesso anche noi siamo così, non ci piacciono le ricette di Dio per la nostra salvezza, le riteniamo troppo “semplici”, come l’affidarci totalmente alla Persona ed all’opera di Cristo. La verità è che noi non vogliamo rinunciare al nostro orgoglio. Non vogliamo ammettere di essere peccatori, degni solo della condanna di Dio e bisognosi solo della salvezza che Dio ci mette a disposizione in Cristo, alle Sue condizioni, non alle nostre! Perché non accettiamo “semplicemente” ciò che la Parola di Dio dice su di noi e sulla salvezza che troveremo in Cristo? Impareremo la lezione di Naaman il Siro?

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postato da: pcastellina alle ore 19/01/2006 17:51 | link | commenti (2)
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venerdì, 13 gennaio 2006

La predicazione: strumento debole
ma privilegiato da Dio!

[15.1.2006]

Una volta, un fine settimana, parlando con un uomo, gli confidavo che la predicazione che stavo preparando per quella domenica la trovavo particolarmente impegnativa, difficile, e che quanto fino a quel momento avevo preparato non mi soddisfaceva del tutto. E lui, probabilmente per incoraggiarmi, mi dice: “Eh beh, non ti dare tanta pena: di’ poi qualcosa… tanto…”, come per dire: “Di’ poi una qualsiasi cosa tanto non ha nessuna importanza …tanto non ti stanno neanche a sentire!”. Non gli ho risposto, ma io ho preso questo quasi come un’offesa personale! Per me, infatti, la predicazione, la predicazione della Parola di Dio, è della massima importanza. È duro lavoro, lavoro che implica studio diligente, preghiera, riflessione, tempo, fatica…

Mi sembra ancora di vedere il volto di un altro uomo, che all’udire come una predica richieda almeno otto ore di lavoro, era rimasto incredulo ed allibito. In effetti, spesso richiede molto più che otto ore! Forse pensava che non ne valesse la pena, che ci siano altre cose più importanti da fare… Non li biasimo. La cultura contemporanea, detta post-moderna, relativizza, infatti, la parola, la svuota di significato, ne fa un vano esercizio retorico a buon mercato che si può anche scegliere di non ascoltare o che si può interpretare come si vuole, come certe canzoni moderne le cui parole non hanno senso alcuno e che sono messe lì solo per il suono che producono… Così oggi spesso la si considera “la predica”: una formalità, una vaga esortazione… Qualcuno, così, predica “per dire qualcosa”, mentre dovrebbe predicare solo se ha qualcosa da dire!
Non è così per la tradizione evangelica riformata, anzi, nell’insegnamento della Bibbia. Il famoso predicatore presbiteriano inglese Martin Lloyd Jones diceva: “Per me, l’opera della predicazione è la vocazione più alta e gloriosa alla quale una persona possa essere chiamata! Oggi, il più urgente bisogno della Chiesa cristiana, è quello di una predicazione autentica: e se questo è vero per la Chiesa, lo è altrettanto vero per il mondo contemporaneo” , ed ancora: “La predicazione della Parola di Dio rappresenta il compito principale della chiesa e del pastore in seno alla chiesa”, …e questo non perché lo diciamo noi, ma perché è comandata da Dio stesso ed è lo strumento che Egli ha scelto per chiamare alla salvezza.

La predicazione è indubbiamente “uno strumento debole” rispetto ai “potenti mezzi del mondo”, ma è quello che Dio ha scelto per realizzare i Suoi fini: trascurarla o “adattarla meglio ai tempi”, come si vorrebbe fare oggi, in realtà sarebbe il più grande errore che noi mai potremmo fare

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postato da: pcastellina alle ore 13/01/2006 11:04 | link | commenti (1)
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giovedì, 05 gennaio 2006

Quando ci si vanta...
[8.1.2006]

Come reagite quando incontrate qualcuno che si vanta, cioè che si gloria delle proprie capacità o dei propri meriti, veri o presunti? Quando qualcuno ostenta la propria intelligenza, la propria cultura, la propria bellezza, la propria forza, il lusso che si può permettere perché possiede notevoli risorse? Magari si fa “vedere in giro” con un’automobile costosa, o con un orologio o vestiti “di marca” per farsi ammirare ed invidiare. Potrebbe essere uno che fa sfoggio del proprio potere, della propria influenza, del proprio “sapere scientifico” e guarda “dall’alto in basso” quei “poveretti” come noi che non sono alla sua “altezza”. Talvolta si dice: “Non faccio per vantarmi, ma…”: lo facciamo, però, per introdurre, spesso con falsa modestia, la narrazione di qualcosa che torna a nostro onore e merito. Spesso la vanteria comincia quando si fa sfoggio di qualità o di capacità che in realtà non si posseggono, è di cattivo gusto e, quando riusciamo a svergognare chi si vanta, allora siamo noi che ridiamo di quanto sia stato sciocco. Accade allora come nel seguente dialogo fra marito e moglie. Lei: Tutte le volte che mi guardo allo specchio non posso fare a meno di ammirare il mio corpo perfetto. Credi sia vanità? - Lui: No! E' immaginazione.

Il vantarsi dei propri meriti, spesso presunti, è un fenomeno comune in ogni epoca e cultura. Se ne parla nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione, contenuto nella prima lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani della città di Corinto, in Grecia.

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postato da: pcastellina alle ore 05/01/2006 22:41 | link | commenti (2)
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