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giovedì, 30 marzo 2006

Un segno di sconfitta e di vittoria

Un segno di sconfitta e di vittoria
(Sintesi della predicazione del 2.4.2006).

Vi piacciono i serpenti? È strano, ma in tutte le culture il serpente è sempre stato un animale inquietante che incute paura e ribrezzo per la maggior parte delle persone. In tutte le civiltà antiche esso è stato e rimane una figura ricorrente che assume tratti ora positivi ora negativi. Il serpente rappresenta il mondo degli inferi ed il regno dei morti poiché si ritira in luoghi nascosti e sotterranei, oppure il contrario, la vita e la fortuna, poiché apparentemente sembra capace di rigenerarsi attraverso il cambio della pelle. Nella Bibbia il serpente è un simbolo negativo associato al paganesimo, seducente simbolo del male, dell’astuzia malvagia di Satana che induce in tentazione, ingannandoti per farti del male.

Di serpenti ci parla il testo biblico attraverso il quale Iddio vuole parlarci quest’oggi, nel libro dei Numeri 21:4-9. In questo testo, Israele si vede bloccare il passaggio verso la terra promessa da un popolo ostile e troppo forte per loro. Sono così costretti a fare una lunga deviazione. Questo causa loro grande scoraggiamento perché devono ritornare nelle fatiche del deserto! La terra promessa sembra loro del tutto irraggiungibile. Molti di loro, così, alzano la loro voce di protesta contro Mosè e contro Dio, decidendo di ritornarsene in Egitto. Ben presto, però, vengono decimati da serpenti velenosi contro i quali sono del tutto impotenti. Invocano così la misericordia di Dio, riconoscendo questo come un Suo meritato giudizio, e l’intercessione di Mosè. Attraverso Mosè Dio comanda loro di inchiodare su di un palo un serpente di rame. Chiunque l’avesse guardato, sarebbe stato liberato dal morso dei serpenti velenosi. È così che Dio impartisce loro una lezione, dicendo loro che, per quanto seducente sia “l’Egitto” (tutto ciò che rappresenta, cioè il peccato e l’empietà), non è che un inganno. È Dio che lo smaschera come tale e che lo sconfigge. Il popolo deve fidarsi nel suo Dio e perseverare nonostante le difficoltà nella via che Egli ha indicato e, per la Sua fedeltà, raggiungeranno sicuramente la Terra promessa.

L’immagine del serpente di rame è ripresa dal Nuovo Testamento ed equiparata al Salvatore Gesù Cristo. Il serpente di rame inchiodato su un palo è segno della sconfitta del male. Gesù inchiodato sulla croce prende nel Suo stesso corpo i peccati e la colpevolezza del Suo popolo e con Lui li uccide, li rende impotenti. Il serpente di rame aveva la forma di un vero serpente, ma era privo di veleno e quindi innocuo. Allo stesso modo Dio manda Suo Figlio nella forma di un essere umano peccatore, simile a lui, ma senza peccato. Gli israeliti dovevano rivolgere lo sguardo al serpente di rame per essere guariti dal morso velenoso del serpente. Allo stesso modo dobbiamo guardare con fede al Figlio di Dio innalzato sulla croce, se vogliamo essere liberati dalla morte, dal peccato e da Satana. Gesù disse: “Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno” (Gv. 6:40). Come quegli israeliti, anche noi, di fatto, siamo ribelli verso Dio. Come quegli israeliti erano morsi da quei serpenti velenosi e morivano, anche noi siamo "morsi" e moriamo a causa del veleno del peccato. Come quegli israeliti erano completamente impotenti a fare alcunché contro quel veleno mortale, così noi siamo totalmente impotenti da noi stessi a rimediare al peccato ed alle sue conseguenze. Solo il Figlio di Dio innalzato sulla Croce è in grado di salvarci. Solo quando, ravvedendoci da ciò che Dio considera peccato, guardiamo con fede a Gesù, proponendoci di seguirlo come Suoi discepoli veniamo liberati dalla maledizione di una vita senza senso e prospettiva come la nostra.

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postato da: pcastellina alle ore 30/03/2006 18:02 | link | commenti
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venerdì, 24 marzo 2006

Il dovere e il privilegio di comunicare l'Evangelo
(Sintesi della predicazione del 26.3.06).

Oggi siamo bombardati da messaggi attraverso ogni mezzo immaginabile, in casa e fuori casa. La maggior parte di questi messaggi sono inutili, anzi, sono palesemente ingannevoli. Dobbiamo proteggerci da questi messaggi e, per questo, possiamo avvalerci (ad esempio attraverso Internet) di speciali filtri che li eliminano. In mezzo a tutti questi messaggi ve ne sono anche di «buoni» fra cui il messaggio dell'Evangelo della salvezza in Cristo. L'avversario vorrebbe che noi «filtrassimo» anche questo per farcelo respingere e sottrarci così alla salvezza oppure vorrebbe farlo tacere del tutto. La predicazione cristiana non se ne lascia intimidire e si avvale di ogni mezzo pur di diffonderlo. Non è un'opera vana, perché esso raggiungerà chi deve raggiungere ed avrà successo. Ecco perché i cristiani evangelici, come Paolo, non si scoraggiano nel comunicarlo e si rallegrano ogni qual volta è comunicato fedelmente. Ecco perché i cristiani evangelici consacrano la loro vita all'evangelizzazione e fanno sì che anche le loro sofferenze e persino la morte ne sia funzionale. Lo fanno con amore, volentieri e con sincerità, con gioia, franchezza e in spirito di preghiera. Intendono così seguire l'esempio degli apostoli. A Roma, relegato in una casa, come passa il tempo che gli rimane prima del suo martirio? Ce lo dice l'ultimo versetto del libro degli Atti degli apostoli: «Paolo rimase due anni interi in una casa da lui presa in affitto, e riceveva tutti quelli che venivano a trovarlo, proclamando il regno di Dio e insegnando le cose relative al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At. 28:30).

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postato da: pcastellina alle ore 24/03/2006 17:30 | link | commenti (1)
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venerdì, 17 marzo 2006

Alle radici della nostra libertà

Alle radici della nostra libertà
(Sintesi della predicazione del 19.3.06).

La libertà è un valore molto importante. Insieme alla democrazia e ad altri valori, fa parte della cultura occidentale ed è fermamente radicata nella fede biblica. La libertà va difesa e promossa contro tutte quelle forze che vorrebbero soffocarla o pregiudicarla in nome di ideologie che non esitano a far uso della violenza e del terrorismo, persuase che pur di perseguire i loro fini di potere e dominio, qualsiasi mezzo sia giustificato. La difesa della libertà, però, non è soltanto qualcosa che riguardi l’azione politica e so-ciale, per quanto importante. Dobbiamo essere noi stessi, interiormente e spiritualmente, persone libere, altrimenti tutto questo non servirà a nulla. Chi ci può rendere veramente persone interiormente e spiritualmente libere? Il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Egli è il liberatore. Il testo biblico di oggi parla della Sua potenza di riscattare, cioè di liberare l’uomo o la donna che a Lui si affida. Esso ci parla (1) di come Egli ci liberi dalle tradizioni alienanti e ci dia senso critico. (2) Di come Egli ci libera dalle passioni dominanti di ogni idolo antico e moderno per restituirci alla nostra vocazione originaria: essere in comunio-ne con Dio. (3) Di come Egli ci libera dall’ignoranza su noi stessi e su Dio attraverso la valorizzazione della Bibbia. (4) Di come Egli ci libera da una vita futile e vana dandoci, per la sua grazia, una vita sensata e dalle prospettive eterne. La libertà di cui godiamo può essere difesa e promossa ritornando alle sue radici: l’opera di liberazione di Dio in Cristo. Solo vivendo questa esperienza la nostra libertà potrà essere garantita.

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postato da: pcastellina alle ore 17/03/2006 20:52 | link | commenti (1)
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giovedì, 09 marzo 2006

Sono solo canzonette?

Ho cercato inutilmente qualche bella canzone d’amore [e poi vi spiego il perché] fra i testi dell’ultimo Festival della Canzone italiana di Sanremo. Di solito le “canzonette” esaltano l’amore e ce ne sono state di molto belle ed indimenticabili, soprattutto nel passato. Sembra, però, che oggi o si sia esaurita la vena e non si sappia più che cosa dire sull’amore, oppure che non si sappia più che cosa di fatto sia l’amore. Quei testi mi sembrano o accozzaglie di parole prive di senso, oppure, sull’amore, impostate decisamente al pessimismo. Ad esempio, l’artista Ivana Spagna, cantando un testo di M. Morante dal titolo: Noi Non Possiamo Cambiare dice, fra l’altro: “Siamo noi che cerchiamo l'amore in un cuore deserto dove l'amore non nascerà mai e magari spendiamo la vita a far crescere un fiore per qualcuno che forse nemmeno si accorge di noi, ma non possiamo cambiare, se nel nostro bisogno d'amare ragione non c'è, e facciamo le cose più strane senza un vero perché, come questa canzone che canto, che canto per te”.

Un editoriale de “Il Giornale” dal titolo: “A Sanremo trionfa il solito amore” rileva, infatti, come questa manifestazione canora sia stata molto deludente. Afferma: “…al novanta per cento, le canzoni festivaliere parlano d'amore (…) Amore, s'intende, scrutato dalle più disparate angolazioni: lieto, sofferente, crudele, bonario, vilipeso, agognato”, ma sono descrizioni spesso banali e prive di originalità, ai limiti delle “boiate assolute” . Sono solo “canzonette”? Forse, ma spesso descrivono bene il clima, l’atmosfera che caratterizza un’intera società, una società che non sa più che cosa significhi l’amore!

Se, però, vogliamo trovare delle canzoni che esprimano autentici e forti sentimenti di vero amore dobbiamo andare più indietro nel tempo. Forse, mi direte, mi riferisco agli anni 1950 o 1960, quando la gente era più povera (e forse più ingenua) e sapeva apprezzare meglio i sentimenti autentici? Buona scelta, ma vorrei andare ancora più indietro, ai tempi in cui è stata scritta la Bibbia. La Bibbia stessa, infatti, contiene bellissime canzoni che esaltano l’amore fra un uomo ed una donna, come il “Cantico dei Cantici” oppure come il testo sottoposto oggi alla nostra attenzione, tratto dal libro del profeta Isaia.

Nel testo di questa canzone si vede qualcuno dall’amore intenso, un amore appassionato, che l’aveva spinto a darsi completamente per la sua amata senza nulla risparmiare, tanto da dire: “Che altro avrei mai potuto fare di più per te?”. È però anche un amore deluso, un amore tradito dall’irriconoscenza e dall’insensibilità dell’amata, tanto che quell’amante, del tutto scoraggiato e privo di speranza, sembra pronto ormai a troncare definitivamente il rapporto che lo legava alla sua amata. Come ogni canzone d’amore, anche questa usa immagini e paragoni di grande effetto poetico. Ascoltiamolo come lo troviamo in Isaia, al capitolo 5, dal versetto 1.

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postato da: pcastellina alle ore 09/03/2006 18:38 | link | commenti
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