Patti chiari, amicizia lunga!
introduzione della mia predicazione del 28 maggio
Conoscete l’espressione: “Fare qualcosa alla carlona”? Significa fare qualcosa in maniera approssimativa, superficiale, alla buona, come capita, senza impegno, senza ordine, senza metodo, con scarsa serietà. Questo modo di dire fa probabilmente allusione a Carlo Magno, detto pure anticamente il Re Carlone e quindi fare qualcosa “alla carlona” significa farlo in modo rozzo e trascurato. Non so come facesse veramente le cose il re Carlo Magno, ma spesso molte cose che noi facciamo sono fatte “un po’ come capita” con scarso impegno, coerenza e senso di responsabilità.
Questo spesso è vero a livello dei rapporti umani. Oggi spesso si ha paura di legarsi, di impegnarsi, di “mettere una firma”. Si preferiscono rapporti casuali, temporanei, dipendenti agli impulsi del momento, rapporti dai quali, se necessario, ci si possa disimpegnare facilmente. Questo vale in molti campi. Sempre di più, per esempio, per questo motivo, molti preferiscono la convivenza al matrimonio. Molti datori di lavoro, poi, preferiscono assumere dipendenti in modo precario, temporaneo, o magari anche, come si dice, “in nero”. Vi è anche il problema di chi rimane “simpatizzante” di comunità evangeliche quasi “a vita”, e che non si decide mai a diventarne ufficialmente membro... Vi sono infine società culturali o politiche che non trovano mai abbastanza persone che vi servano come presidente, segretario, cassiere… Già, molti “non si vogliono impegnare”.
Tutto questo, probabilmente, accade anche perché così, dicono, “si evitano tanti problemi” o perché “si sa che non riusciremo a mantenere gli impegni”, o semplicemente per scarso senso di responsabilità. Il fatto sta, però, che “se tutti facessero così” sarebbe il caos più totale e niente funzionerebbe più! Gli impegni precisi e “firmati”, la serietà “di fondo”, la coerenza, le obbligazioni, sono, però, valori imprescindibili della convivenza. Diritti e doveri, chiaramente stabiliti e sottoscritti, sono un’importante garanzia.
Una cosa, però, è certa: il Signore Iddio non fa le cose “alla carlona”. Da sempre Egli ha voluto che i Suoi rapporti con le creature umane fossero regolati da precisi accordi, da un giusto contratto “controfirmato” che ne stabilisca i reciproci diritti e doveri. In breve, Dio ha da sempre inteso legarsi con le creature umane per mezzo di un patto. Sicuramente Egli sarebbe d’accordo con il proverbio che dice “patti chiari – amicizia lunga”.
Il concetto di patto è centrale per la comprensione e la pratica della religione biblica. Se è vero che molti oggi preferiscono una “religione fai da te” e “senza impegni precisi”, essa è decisamente quella che Dio detesta, rifiuta e condanna. La Bibbia afferma a chiare lettere, infatti, “Dio non è un Dio di confusione … ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine“ (1 Co. 14:33,40).
La “parola d’ordine” di Dio, dunque, è: “Mai senza un contratto”, da cui, dice la Scrittura: “Questo è l'ordine dato dal SIGNORE: quando uno avrà fatto un voto al SIGNORE o avrà con giuramento assunto un solenne impegno, non verrà meno alla sua parola, ma metterà in pratica tutto quello che ha promesso” (Nu. 30:2). A questo il credente che il Signore approva dice: “Ho messo il mio impegno a praticare i tuoi statuti, sempre, sino alla fine” (Sl. 119:112).
Il testo biblico che oggi è sottoposto alla nostra attenzione parla del patto che Dio ha stabilito con il Suo popolo. Anzi, esso parla di un “nuovo patto”. Se, infatti, qualcuno pensa che l’idea di patto sia un “concetto vecchio e superato”, si sbaglia, perché in Cristo siamo pur sempre di fronte ad un patto del quale dobbiamo comprenderne bene i termini. Leggiamo così il testo, che si trova nel libro del profeta Geremia, al capitolo 31 dal versetto 31.
Continua qui -In dialogo con Dio
introduzione della mia predicazione del 21 maggio
Un maestro non insegna soltanto con la parola ma anche con l’esempio che dà attraverso l’intera sua vita. Potrebbe pensare che, una volta terminate le ore di scuola o di preparazione delle lezioni, egli non debba più pensare ai suoi allievi e che possa fare ciò che vuole senza più preoccuparsene. Non è così: egli è osservato costantemente ed per molti versi imitato, sia in bene che in male. È inevitabile. Questo vale anche per i genitori rispetto ai loro figli. Il modo in cui vivono diventa per loro un esempio. Ecco perché talvolta ci si lamenta che certo insegnamento morale e spirituale che viene impartito non venga poi recepito e risulti così inefficace: perché spesso insegnanti e genitori non lo praticano essi stessi. Che lo vogliano oppure no, insegnanti e genitori possono costituire talvolta un esempio negativo.
Il Signore e Salvatore Gesù Cristo era il Maestro per eccellenza. I Suoi discepoli Lo ascoltavano con attenzione e ritenevano le Sue parole. Essi, però, trovavano nell’esempio ineccepibile di come Egli viveva, le lezioni forse più importanti. Una volta Egli aveva detto: “…vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come … ho fatto io” (Gv. 13:15): era un principio sempre valido. Di questo era consapevole anche l’apostolo Paolo quando diceva: “Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo” (1 Co. 11:1).
La pratica della comunione con Dio. I discepoli di Gesù si erano accorti che regolarmente, ogni mattina, prima ancora dell’alba, Egli si alzava e se ne andava in un luogo deserto e là pregava (Mr. 1:35).
Per quanto Gesù fosse molto impegnato nella Sua vita, Egli trovava sempre il tempo per pregare. Per Lui la preghiera era così importante che per essa Egli talvolta si privava anche del cibo e del pur necessario Suo riposo. Anche in questo Gesù era e rimane un esempio per i Suoi discepoli. Sia nei momenti più belli e di gioia, che nei momenti più brutti e di afflizione, era nella preghiera che Gesù trovava il Suo conforto, la Sua forza, la Sua ispirazione.
Per Gesù la preghiera non era altro che l’espressione della costante comunione che aveva con Dio Suo Padre. Per Lui la preghiera era un dialogo costante con Dio, che Egli conosceva intimamente ed amava.
Se, infatti, volete capire, che cosa sia la preghiera, pensate al rapporto che intrattenete con la persona che più amate. È naturale e spontaneo che vogliate stare accanto a questa persona e che le parliate condividendo con essa tutto ciò che avete in cuore. Oggi praticamente tutti hanno a disposizione un telefono portatile che si tiene in tasca e questo ci permette di stare in costante contatto con la persona che amiamo o con l’amico o l’amica del cuore. Abbiamo un’occasione di gioia? Le telefoniamo per condividere con lei questa gioia. Siamo tristi e amareggiati? Le telefoniamo per trovare in lei la nostra consolazione. Ci sentiamo soli? Le telefoniamo per parlare un poco con lei. Abbiamo appreso una notizia interessante, ci è venuta un’idea stimolante? Le telefoniamo per condividerla con lei. Siamo perplessi e non sappiamo come fare? Dobbiamo decidere qualcosa e non siamo sicuri della scelta migliore? Le telefoniamo per chiederle consiglio. Questo e molto più di questo è la preghiera, quella che Gesù ci insegna ed esemplifica per noi nella Sua stessa vita.
È questo il contesto degli esempi e delle molte esortazioni che nella Bibbia troviamo a proposito della preghiera: la pratica di una feconda personale e costante comunione con Dio. Pregare, infatti, non significa necessariamente “chiedere” ma essenzialmente dialogare con Dio. Per questo è venuto il Signore e Salvatore Gesù Cristo: per ristabilire la nostra comunione personale con Dio. Questo è pure il senso ultimo del testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione, tratto dalla seconda
Un bisogno soggettivo? Un bisogno artificioso?
estratto della mia predicazione del 14maggio
Oggi la pubblicità commerciale, per spingerci a comprare, spesso induce in noi dei bisogni artificiosi. Di tante cose non n’avremmo bisogno, eppure le compriamo perché siamo stati persuasi che n’avevamo bisogno! Questi bisogni artificiosi spesso oscurano e c’impediscono di riconoscere i bisogni veri, quelli fondamentali della vita, che così rimangono insoddisfatti. Se chiedi, infatti, ad una qualsiasi persona oggi se ha bisogno di Cristo, è probabile che ti prenda per matto... La maggior parte dei nostri contemporanei, infatti, ritengono di poterne fare benissimo a meno! È questa una delle tragedie del nostro tempo. Tanti non si rendono conto, infatti, di come stiano effettivamente le cose. Non comprendono quanto sia essenziale Dio per la loro stessa vita. Non comprendono che Dio li interpella personalmente attraverso il messaggio dell’Evangelo, che è finalizzato solo alla loro stessa salvezza. Non comprendono quali siano i loro stessi bisogni fondamentali.
È necessario, quindi, che ne prendano coscienza. Talvolta ci vuole proprio un terremoto, come per il carceriere di Filippi, per scuoterli, per svegliarli e per portarli finalmente al Signore e Salvatore Gesù Cristo. Certo, potremmo anche affermare che molti, queste cose, le sanno, ma che è il loro maledetto orgoglio che impedisce loro di venire a Cristo. Accogliere l’Evangelo ed essere salvati, infatti, significherebbe riconoscere che Dio ha ragione e che loro hanno torto. A questo, però, non c’è alternativa! Noi siamo spesso come quella donna, Marta, a cui Gesù dice: “Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Tua sorella ha scelto la migliore, quella che non le sarà tolta” (Mr. 10:41,42).
Che cosa ci dice il racconto sul carceriere di Filippi, a proposito dei reali e fondamentali bisogni d’ogni uomo e donna? Vediamo.
...però io non mi scoraggio!
introduzione alla mia predicazione del 7 maggio
Essere scoraggiati, demoralizzati e un po' anche depressi, è una tentazione che potrebbe anche essere comprensibile e giustificabile per un cristiano oggi. Credere nel Signore e Salvatore Gesù Cristo e nel Suo messaggio, e nell'Europa di oggi, volere portare avanti in modo militante la Sua causa, secondo l'insegnamento della Bibbia, è particolarmente difficile. Viviamo, infatti, nel contesto di una società sempre di più ideologicamente ostile al cristianesimo biblico. Chi la controlla, si avvale, infatti, di tutti i mezzi possibili della propaganda (sia apertamente che in modo sottile) per discreditare il messaggio cristiano tradizionale, distogliendo da esso la gente. Lo fa sia cercando di emarginare e neutralizzare chi lo promuove, sia infiltrando la sua ideologia nelle chiese in modo tale che il loro messaggio ne risulti alterato e quindi sostanzialmente addomesticato. Quelle che un tempo erano le grandi ed influenti chiese storiche stanno perdendo gradualmente i loro aderenti e le loro risorse. Al di fuori da esse, una grande frammentazione di chiese e di gruppi ne rende problematica l'alternativa. Inoltre, i movimenti cristiani che riescono a raccogliere grandi masse sono spesso molto discutibili quanto a fedeltà al messaggio biblico originale. Tutto questo avviene nell'ambito di una società moralmente e spiritualmente decadente, dove la confusione regna sovrana e dove prevale la classica "legge della giungla".
Quei cristiani che vogliono rimanere fedeli al messaggio biblico sono dunque esposti più che mai alla tentazione dello scoraggiamento e a ritirarsi nel privato rinunciando alla lotta. Scoraggiarsi, però, è comprensibile, ma non è giustificabile almeno per due ragioni. La prima ragione è perché la nostra situazione era stata ampiamente preannunciata dalle stesse Sacre Scritture. L'apostolo Paolo, per esempio, scriveva: "Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l'apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza" (1 Ti. 3:1-5). La seconda ragione è che in difficili condizioni, in fondo, i cristiani sono sempre vissuti. Possiamo infatti dire che una fede cristiana fedele e militante (non quella addomesticata) ha sempre avuto "la vita dura".
Nel testo di oggi troviamo in che modo l'apostolo Paolo, pur in mezzo a mille difficoltà, può aiutarci a dire anche noi: "...però io non mi scoraggio!".