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Un tentativo di prendere sul serio la Parola di Dio oggi!

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giovedì, 24 agosto 2006

Identificatevi!

Identificatevi!

Introduzione della mia predicazione del 27 agosto 2006

L’immigrazione nei nostri paesi di persone di fede e cultura islamica, ci pone spesso davanti ad una realtà alla quale noi non siamo più tanto abituati, cioè a persone per le quali la religione è molto importante e determina tutto il loro modo di vivere.
Questo è un problema, perché qui da noi “la religione” [in particolare il Cristianesimo che fa parte della nostra storia] occupa un posto sempre più marginale nella vita di gran parte della popolazione, non incidendo più significativamente nel nostro modo di vivere. Diciamo che “la religione” è “una questione privata” e per molti spesso essa è limitata all’esecuzione di cerimonie come il battesimo o il matrimonio in chiesa, che sono portate avanti solo “per tradizione”. Sostanzialmente queste cerimonie sono svuotate del loro significato originale o comunque esso è alterato. Siamo arrivati oggi al punto che chi “prende sul serio” la fede cristiana, è considerato una sorta di “fanatico”!
Se già “fa problema” che qualcuno voglia prendere sul serio la fede cristiana e le sue implicazioni, ci trova del tutto spiazzati l’arrivo e l’integrazione nella nostra società di persone come i Musulmani, gran parte dei quali vivono la loro fede in modo molto intenso e per i quali la fedeltà ai principi ed alle leggi del Corano viene prima della fedeltà alle leggi ed autorità della nazione in cui si trovano. Ad esempio, possono provenire dal Marocco, dalla Turchia o dall’Iran, ma essi dicono: “Ci consideriamo prima Musulmani e poi, eventualmente marocchini, turchi o iraniani”. Essi trovano nell’Islam, infatti, la loro comune identità, ne sono fieri, e non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi! Per la maggior parte di loro, inoltre, non si tratta di un’adesione formale, ma sostanziale. I doveri della loro religione intendono rispettarli! Certo, qui da noi devono rispettare pure le nostre leggi e usanze, ma come conciliare le due cose e come per noi come rispettare e proteggere il loro modo di vivere, costituisce indubbiamente un problema di non facile soluzione.
Non è mia intenzione, in questa sede, discutere sul complesso problema della fede islamica e delle sue implicazioni. Quello che mi preme mettere in rilievo oggi, però, sulla base del testo biblico oggi proposto alla nostra attenzione, è l’incongruenza di chi afferma di essere cristiano e che non prende sul serio come dovrebbe questa sua professione di fede con tutto ciò che comporta. Essere cristiani in modo coerente, infatti, deve determinare tutto il nostro modo di vivere. La fede cristiana non può in alcun modo essere un seguire solo una tradizione in modo esteriore e formale, perché così equivarrebbe solo a squalificarla e a svilirla, attirando su di noi, per altro, anche il disprezzo degli altri. La pratica della fede cristiana implica una “intensità” non minore, anche se diversa, di quella mussulmana! Essa deve determinare la nostra identità profonda, principale. A questo non c’è alternativa. Non esiste una “via moderna” e più facile, rispetto ai canoni biblici, dell’essere cristiani, a meno che noi si voglia un cristianesimo “riveduto e corretto” secondo i nostri comodi, ma questo non sarebbe che una finzione. Ecco così come, in questo, i mussulmani abbiano molto da insegnarci, per quanto diverse siano le cose. Un giorno il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, rivolgendosi ai Suoi discepoli, di fronte all’impegno mostrato da un gruppo religioso del Suo tempo, dice: “Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Mt. 5:20). Potrebbe Gesù altrettanto dire a noi oggi: “Io vi dico che se il vostro modo di essere cristiani non supera quanto a serietà e diligenza, quello dei Musulmani, voi non entrerete affatto del regno dei cieli”?

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postato da: pcastellina alle ore 24/08/2006 19:34 | link | commenti (2)
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giovedì, 17 agosto 2006

In cammino verso "Gerusalemme"

In cammino verso "Gerusalemme"

Introduzione della mia predicazione del 20 agosto 2006

Che cosa rappresenta per voi la città? Essa è, al tempo stesso, una benedizione ed una maledizione. Sembra che coloro che vi abitano per tutto l'anno non aspettino altro che fuggire da essa, se possono, nei fine settimana o nel periodo delle vacanze. Chi abita in città non ha desiderio più grande che andare finalmente in campagna o in montagna o magari su un'isola deserta! Chi abita sempre, però, in campagna o in montagna non sembra che abbia generalmente piacere più grande che andare ogni tanto in città... Conosco persone che quest'estate, per il gran caldo, l'inquinamento e la confusione, e persino per il terrorismo, sono fuggite da città come Londra, o anche solo Milano, per trovare sollievo qui da noi in montagna. Eppure vi sono molti che quest'estate hanno scelto di andare proprio a Londra per le vacanze. Difatti, nonostante tutto, gli aeroporti erano pieni di persone in arrivo, non solo in partenza... Il fascino della città famosa con tutte le sue opportunità che altrove mancano? Non voglio ora approfondire questo tema.

Fatto sta che la città anche nel passato è sempre stata benedizione e maledizione al tempo stesso. Nella tradizione religiosa ebraica e cristiana lo è in modo particolare. La città nella Bibbia è identificata nella malfamata Babilonia dalla quale è meglio fuggire... Si dice ancora oggi di una città caotica: "E' una Babilonia!". La città però, acquista un significato del tutto positivo, quando è identificata con Gerusalemme. La città di Gerusalemme, nella tradizione ebraica e cristiana (e per questo anche islamica) ha un significato simbolico e religioso molto positivo e oggi stesso quella città è molto contesa, come si dice, "dai rappresentanti delle tre religioni". Tant'è vero che diversi propongono che Gerusalemme diventi una città "neutrale" al di fuori di qualunque identificazione politica, un centro di dialogo e di riconciliazione, vera e propria "città della pace", come indica l'etimologia del suo stesso nome.
La città di Gerusalemme è sempre stata, fin dall'antichità, il centro religioso della fede ebraica (gli altri sono venuti dopo!). Per diverse volte, nel corso della storia, gli ebrei ne sono stati cacciati e la città stessa è stata distrutta. In modo sorprendente, però, ed al di là di ogni aspettativa, gli ebrei ne sono sempre tornati, come più volte le profezie bibliche avevano predetto e questo vale anche per l'era moderna. Senza addentrarci oggi in questa problematica (sarebbe troppo lungo farlo), è di questo che parla il testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione. Non è l'unico a farlo, ma questo presenta aspetti molto interessanti che vale la pena di esaminare.
Leggiamolo, si trova al capitolo 62 di Isaia, dal versetto 6 al versetto 12.

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postato da: pcastellina alle ore 17/08/2006 21:20 | link | commenti
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venerdì, 11 agosto 2006

Abbattere e ricostruire

Abbattere e ricostruire

Sintesi della predicazione del 13.8.06

Essere cristiani oggi non significa quasi più niente. Se si leggono le descrizioni della fede e della vita dei cristiani dei primi secoli ci si rende ben presto conto come gran parte del cristianesimo oggi si sia così annacquato e corrotto tanto da diventare irriconoscibile. Dobbiamo, perciò, dopo esserci confrontati con i cristiani dei primi secoli, e soprattutto con il messaggio biblico, essere pronti a sradicare, demolire, abbattere e distruggere ciò che in noi non è conforme alla volontà di Dio, per ricostruire e piantare ciò che è gradito a Dio, per la nostra stessa salute. È il messaggio che traspare dal testo di Geremia 1:4-10.

Vocazione di Geremia. "(4) La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: (5) «Prima che io ti avessi for-mato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho co-stituito profeta delle nazioni». (6) Io risposi: «Ahimè, Signo-re, DIO, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». (7) Ma il SIGNORE mi disse: «Non dire: "Sono un ragazzo", perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. (8) Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE. (9) Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. (10) Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare»" (Gr. 1:4-10).

Da questo testo la predicazione esamina i seguenti punti. (1) La predicazione non è parola umana e non ha nulla a che fare con una fede fatta di cerimonie, formalità e discorsi generici, ma è una parola che sfida e mette in questione, promuovendo cambiamento. (2) Coloro che ci parlano nella Bibbia sono stati “predestinati” ad essere portatori dell’autorevole Parola del Signore che, per quanto even-tualmente sgradita, ci deve essere trasmessa fedelmente. (3) La Parola di Dio si è “fatta carne” in scrittori umani che, pur simili a noi quanto a limiti e contraddizioni, è al tempo stesso divina, unica, insostituibile ed inalterabile. (4) La Parola che Dio ci rivolge è intesa a demolire quanto in noi non è conforme alla volontà di Dio per edificare una nuova creazione. “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatu-ra; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2 Co. 5:17).

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postato da: pcastellina alle ore 11/08/2006 17:10 | link | commenti (1)
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