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venerdì, 27 luglio 2007

La riattivazione dei nostri sensi

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Introduzione alla predicazione del past. Castellina del 29.7.2007

Quanti sono i nostri “sensi”? Sapete elencarli tutti e spiegare a che cosa servono? Non vi chiedo di fare un esame simile a quello che facevate a scuola, ma può servirci oggi. Gli organi di senso, popolarmente intesi, sono cinque: la vista, l'udito, l'olfatto, il gusto, e il tatto. L'anatomia umana ne considera, però, due in più: la cosiddetta propriocezione1 (parola difficile, ma si tratta della capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, e che ha quindi a che fare con il movimento) e “l'apparato vestibolare” o dell'equilibrio. Gli organi di senso sono delle strutture fisiche presenti nel corpo degli esseri viventi, che essenzialmente permettono di interagire con il mondo circostante. Sono strutture più o meno complesse specializzate nella ricezione di stimoli provenienti dall’esterno o dall’interno, di trasformarli in impulsi nervosi e infine di trasmetterli al sistema nervoso centrale, il cervello che li interpreta.

Oggi si parla, poi anche, di interfaccia umano-macchina quando ci si riferisce a quegli strumenti che ci permettono di interagire con una macchina e che così estendono le capacità dei nostri sensi. Ci permettono di interagire con il cervello di un computer, ad esempio, la tastiera, lo schermo, il microfono e così via.

La creatura umana, però, è stata creata anche con un altro senso, non meno importante, quello che ci permette di rapportarci con Dio e di interagire con Lui.

Ci si riferisce oggi a persone disabili o diversamente abili, quelle persone nelle quali uno o più organi del loro corpo, in particolare di senso, non funzionano correttamente, non funzionano affatto, oppure mancano del tutto per diversi motivi, per esempio, a causa di incidenti, malattie o perché “sono nate così”. Non riuscire a interagire in modo adeguato con il mondo circostante, perché un qualche nostro organo di senso manca o non è funzionale può essere una condizione davvero drammatica. Pensate a ciò che potrebbe per voi significare non vedere, non sentire, non percepire gusti ed odori, non parlare o non camminare e dover dipendere in tutto e per tutto dagli altri. Pensiamo non solo a chi improvvisamente perde una o più di queste funzioni, oppure è nato in questo modo. Certamente ci si può adattare soprattutto oggi quando la tecnologia può esserci di aiuto, ma vuol dire vivere al di sotto della nostra umana completezza ed avere della realtà un'immagine spesso inadeguata. Nei casi più gravi una persona può giungere a dire: “Per me questa non è più vita. Vorrei solo morire”.

Parte della missione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo era quella di venire in soccorso delle persone disabili per restituirle alla completezza della vita umana. In particolare la missione di Gesù è quella di risanare una situazione la cui importanza è riconosciuta da pochi, la nostra disabilità spirituale, la nostra incapacità di conoscere Dio e di rapportarci con Lui. Questa disabilità o incapacità oggi è per noi innata, cioè nasciamo così!

Per noi oggi è quasi inimmaginabile che cosa volesse dire ai tempi di Gesù essere in vario modo disabile senza potersi avvalere delle strutture e degli aiuti di cui noi oggi possiamo godere. Lo prendiamo per scontato e non ci rendiamo conto che il fatto stesso di avere strutture e strumenti che provvedano ai disabili è uno dei frutti della fede cristiana, perché in una società non cristiana, i disabili erano e sono spesso abbandonati e persino soppressi.

Nel testo biblico che consideriamo quest'oggi troviamo Gesù che si prende cura di un uomo che era nato cieco. Certo non era una novità, perché occuparsi di disabili e malati era una qualcosa che Gesù faceva sempre ed insegnava i Suoi discepoli a fare. Affrontando la condizione fisica di quel cieco, però, Gesù rileva la “disabilità spirituale” non solo di quell'uomo, ma anche delle persone che Lo circondavano. Infatti, benché “persone religiose” esse non riconoscevano né i loro peccati né in Gesù Colui che avrebbe potuto salvarli dalle conseguenze temporali ed eterne che i loro peccati comportavano, e questo non era meno tragico dei loro problemi materiali!

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postato da: pcastellina alle ore 27/07/2007 14:19 | link | commenti
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giovedì, 19 luglio 2007

Fame di energia?

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Introduzione alla predicazione del past. Castellina del 22.7.2007

Il grande calore estivo di cui soffriamo soprattutto a causa del surriscaldamento globale, attira, volenti o nolenti, la nostra attenzione sul “problema energetico” perché l'uso troppo esteso dei condizionatori dell'aria mette a dura prova la nostra disponibilità di energia elettrica. Le fonti di energia, infatti, sono sempre più insufficienti e sempre più care.È un vero dilemma, visto che la maggior parte dell’energia che noi usiamo proviene dal petrolio (in Italia viene utilizzato fino al 65% del fabbisogno totale). Spesso i giornali, la radio e la televisione parlano delle sempre maggiori difficoltà di procurarsi il petrolio necessario. L’approvvigionamento di energia può essere in pericolo. Per risolvere tale problema vengono proposti vari programmi energetici come per esempio il risparmio energetico; maggior uso di altre fonti di energia, metano ed energia idroelettrica; produzione di nuove fonti energetiche; sviluppo di nuove tecnologie energetiche. Le fonti energetiche rinnovabili possono fornire un rilevante contributo allo sviluppo di un sistema energetico più sostenibile. La disponibilità di energia condiziona il progresso economico e sociale di una nazione, ma è importante il modo con in cui viene procurata l’energia che può condizionare negativamente l’ambiente naturale. Infatti se le nazioni industrializzate continueranno a prelevare e a consumare le fonti fossili al ritmo attuale, il pericolo maggiore non sarà tanto quello dell’esaurimento delle fonti, ma quello di provocare danni irreversibili all’ambiente. Si cerca quindi oggi di fare un uso più esteso delle fonti rinnovabili di energia, che garantiscono un impatto ambientale più contenuto. Tra le fonti alternative, l’energia geotermica, eolica, delle maree, nucleare, l’energia solare sta assumendo notevole importanza come fonte integrante dell’approvvigionamento di energia.

Questo è il problema che oggi abbiamo e che non voglio affrontare oggi in quanto tale, ma utilizzarlo per attirare la vostra attenzione su una realtà più vasta. Le nostre possibilità, capacità, risorse ed energie (a livello personale e sociale), potrebbero essere molto più grandi, efficaci, meglio distribuite e a beneficio di tutti, se noi ci avvalessimo delle risorse e capacità a noi disponibili in Dio, quando, cioè, ci poniamo in comunione con Dio attraverso l'opera del Signore e Salvatore Gesù Cristo. È una delle lezioni che imparano i primi discepolo di Gesù e che vorremmo esaminare quest'oggi.

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postato da: pcastellina alle ore 19/07/2007 20:01 | link | commenti
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venerdì, 13 luglio 2007

Preoccupazioni?

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Affidate a Dio tutte le vostre preoccupazioni, perché egli ha cura di voi” ; “Non siate in ansia per la vostra vita”; “Non temete, o piccolo gregge”... Nonostante le ripetute sollecitazioni della Parola di Dio a non essere in ansia per le cose della vita, a non preoccuparci eccessivamente, quante volte i cristiani - quante volte io stesso - di fronte alle difficoltà ed alle incertezze della vita (che sono comunque retaggio di tutti, nessuno escluso), siamo in ansia per una cosa o per un altra, tanto che Gesù ci potrebbe dire, come disse una volta ai Suoi discepoli: “O gente di poca fede...”.

Troppe volte, infatti, siamo ingolfati in tali preoccupazioni inutili e tanto cresce in noi l'ansia che, come succede tragicamente ad alcuni, corriamo il rischio di sviluppare problemi con la nostra pressione sanguigna e ci rendiamo passibili di attacchi di cuore e colpi apoplettici. Ci possiamo trovare nella situazione di essere incapaci a fermare i nostri pensieri ansiosi. Cadiamo in un circolo vizioso senza andare da nessuna parte, la preoccupazione ci blocca e ci paralizza. A causa di questo stress molti cadono in depressione o hanno esaurimenti nervosi e persino sviluppano ulcere allo stomaco.

La vita, però, è troppo breve per essere consumata da quelle preoccupazioni inutili che non ci conducono da nessuna parte. Non importa quali problemi dobbiamo affrontare nella vita, il Signore Gesù insegna che abbiamo un Dio più grande dei nostri problemi. Qualcuno giustamente ha detto che dobbiamo smettere di dire a Dio quanto grandi siano i nostri problemi e cominciare a dire ai nostri problemi quanto grande sia Dio!

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postato da: pcastellina alle ore 13/07/2007 22:30 | link | commenti
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giovedì, 05 luglio 2007

Non possiamo “giudicare”?

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Dall'introduzione alla mia predicazione del 08.7.07

In un'epoca che vive all'insegna della “tolleranza” è difficile parlare di che cosa significhi essere “un vero cristiano”, perché ciascuno pretende di esserlo a modo suo e che il suo modo di essere cristiano sia perfettamente legittimo. Quanti si indignano oggi e reagiscono scandalizzati, quando odono o leggono i discorsi di coloro che “si permettono di giudicare” la loro o l'altrui fede, mettendola in questione o proponendo criteri per verificarne l'autenticità!

A dir di molti, oggi, “una fede vale l'altra” e nessuno avrebbe il diritto di “imporre sugli altri il proprio modo di credere”. Per giustificare questo loro dire, spesso adducono, astraendole dal loro contesto, le esortazioni evangeliche a “non giudicare”. Il fatto sta, però, che la Bibbia, in particolare lo stesso Signore Gesù Cristo, stabilisce inequivocabilmente dei precisi criteri su che cosa sia la vera fede cristiana, in contrapposizione a modi non genuini, non validi, non accettabili.

Forse è anche per questo che oggi molti non comprendono, o respingono decisamente, le istanze del Protestantesimo classico, che promuovono la riforma della fede di singoli e di chiese quando la sua forma e i suoi contenuti non corrispondono a quanto autorevolmente stabilito da Dio nella Sua Parola scritta, la Bibbia. Chi oggi sostiene il Protestantesimo classico, infatti, continua ad affermare che la Bibbia, in quanto Parola di Dio, letta ed interpretata in modo rigoroso, con fede ed ubbidienza, debba essere l'unica regola secondo la quale la fede ed il comportamento che vogliano dirsi cristiani devono conformarsi.

Il testo biblico scelto per la nostra riflessione di quest'oggi indubbiamente ci mette tutti in crisi perché qui il Signore Gesù ci chiama a verificare la sostanza della nostra adesione a Lui in quanto cristiani. La nostra adesione a Cristo è forse solo culturale (dipende dal luogo e dalle circostanze in cui siamo cresciuti)? È solo una formalità con scarsa sostanza? Forse che alla definizione “cristiano” diamo quel significato che noi stessi o la nostra società generalmente gli attribuisce o peggio, quel che ci è comodo dargli, e ignoriamo quel che Cristo stesso intende? Forse che stiamo illudendo noi stessi sull'essere cristiani perché riteniamo di averne assolti i requisiti necessari, che però non sono, di fatto, quelli che la Parola del Signore stabilisce?

Il testo di oggi qualcuno lo definirebbe “troppo radicale”. Chi altri, però, se non Gesù Cristo stesso ha diritto di stabilire chi possa essere chiamato cristiano? Leggiamo, cosi, quanto troviamo nel vangelo secondo Luca, al capitolo 14 dal versetto 25 al 33.

Il vero discepolo. "Or grandi folle andavano a lui, ed egli si rivolse loro e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie e figli, fratelli e sorelle e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo. Chi di voi infatti, volendo edificare una torre, non si siede prima a calcolarne il costo, per vedere se ha abbastanza per portarla a termine? Che talora, avendo posto il fondamento e non potendola finire, tutti coloro che la vedono non comincino a beffarsi di lui, dicendo: "Quest'uomo ha cominciato a costruire e non è stato capace di terminare". Ovvero quale re, andando a far guerra contro un altro re, non si siede prima a determinare se può con diecimila affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata per trattar la pace. Così dunque, ognuno di voi che non rinunzia a tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo" (Luca 14:25-33).

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postato da: pcastellina alle ore 05/07/2007 14:22 | link | commenti
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