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Sapete tenere un segreto? Oppure siete di quelli che quando vi dicono qualcosa di privato non resistete e lo dovete dire a tutti? I segreti hanno un fascino particolare ed eccitano la nostra naturale curiosità. Sono popolari oggi libri che parlano di società segrete e che rivelano complotti autentici od immaginari. Nel libro “Sai tenere un segreto?” Emma è una normale ragazza londinese. Durante un viaggio, l'aereo sul quale sta viaggiando rischia di precipitare e, senza rendersene conto, Emma inizia a raccontare tutti i suoi segreti (anche quelli più intimi) all'uomo che le è seduto accanto che poi si rivelerà quello che le paga lo stipendio e del quale si innamorerà.
Avete voi dei segreti che riguardano la vostra vita e che guardate bene di non rivelare ad alcuno? Possiamo, infatti, presentare alla gente una falsa immagine di noi stessi mentre il nostro “vero volto”, quello che siamo veramente (certi nostri pensieri od azioni dei quali ci vergogneremmo), lo conosciamo solo noi (così almeno crediamo).
Possiamo senz'altro dire che il nostro Dio sia maestro di segreti e che certo Egli conosca tutti i nostri! Nulla può essere conservato segreto per Dio. Egli conosce tutte le cose che facciamo in segreto ed anche il motivo per il quale le facciamo. Le vede molto bene. Non possiamo nascondergliele. Egli conosce tutti i nostri peccati segreti e la maggior parte di essi li conserverà segreti, fino al giorno del giudizio, ma allora saranno tutti rivelati. Gesù dice: “Poiché non c'è nulla di nascosto che non sia manifestato, né nulla di segreto che non sia palesato” (Marco 4:22). Così dicendo, Egli altro non rivela se non una verità ben stabilita: “Dio giudicherà tutto quel che facciamo di bene e di male, anche le azioni fatte in segreto” (Ecclesiaste 12:14 TILC).
Interessante, però, è pure osservare come quei peccati che siamo disposti a confessare ed abbandonare, Dio pure sia disposto a dimenticare. Egli dice: “Io, proprio io, sono colui che per amore di me stesso cancello le tue trasgressioni e non ricorderò più i tuoi peccati” (Isaia 43:25).
In positivo, però, sono anche molte le cose buone che facciamo. Dio pure le vede e, secondo la Sua promessa, ce ne darà la ricompensa.
Ci poniamo, oggi, però, la domanda: la gente deve vedere le cose buone che facciamo, oppure esse debbono rimanere nascoste?
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I racconti che troviamo nei vangeli e, in particolare, quelli che ci parlano di miracoli operati da Gesù, soprattutto miracoli di guarigione, sono, altresì, come dei segnali indicatori. Lo erano per la gente di quel tempo e continuano ad esserlo oggi per noi.
Essi non solo indicano “piccoli tesori nascosti”, ma anche grandi verità. È sorprendente, infatti, come persino grandi verità su Gesù, ma non solo, che potrebbero beneficare innumerevoli persone, continuino a passare inosservate a molti della nostra generazione che così rimangono privi del loro beneficio. La nostra generazione, infatti, è spesso distratta e superficiale. La sua curiosità è guidata verso cose che poi non rispondono sempre effettivamente alle sue aspettative e necessità. Andando “dove vanno tutti” e spesso solo verso “località famose”, non ci avvediamo che “in fondo a quella stradina solitaria”, oppure “in quella valle nascosta”, possono trovarsi cose meravigliose. Dopo aver fatto queste scoperte, non è insolito che le condividiamo indirizzando altri a scoprire quanto noi abbiamo scoperto.
Nel vangelo secondo Marco, al capitolo 8, dal versetto 22 al 26, troviamo il racconto della guarigione del cieco di Betsaida. Esso non solo ci parla della gioia di un uomo che ricupera, grazie a Gesù, il bene prezioso della vista, ma è “segnale indicatore” che ci parla della nostra situazione spirituale e come ad essa possa rispondervi il Signore e Salvatore Gesù Cristo.
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Quando frequentavo l'istituto tecnico per geometri, molti anni fa, una delle materie di studio che erano più difficili per me era l'estimo, la stima dei fabbricati o dei terreni agricoli. Eccellevo in altre materie, ma non in quella: avevo l'insufficienza.
Sapete voi stimare il valore di qualcosa? Quanto stimate le cose che avete, quanto valore date loro? Lo si può vedere soprattutto dalla considerazione che date a quelle cose. C'è chi passa molto tempo a lucidarsi l'automobile... Questo vuol dire che per lui è molto importante, più di altre cose o persino persone. Quanto valore, altresì, (...non commerciale, ma affettivo) date a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli? Potreste rispondermi a parole, ma avrei una migliore idea del valore che assegnate loro dai fatti, dal tempo di qualità che passate con loro, dalle cose che fate praticamente per loro.
Quanto è importante per voi Dio? Quanto è importante per me Dio? Le parole che possiamo esprimere al riguardo sono relative. Lo dimostrano soprattutto i fatti, comprenderne l'importanza e dimostrarlo in pratica. L'apostolo Giovanni scrive: “Figlioletti miei, non amiamo a parole né con la lingua, ma a fatti e in verità” (1 Giovanni 3:18).
Il testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione ci presenta due persone che erano venute a contatto con Gesù: una molto religiosa e l'altra una persona di cattiva reputazione. Si potrebbe pensare che fosse la persona “molto religiosa” quella che amava Dio maggiormente. Non era così. Erano stati i fatti a dimostrare il contrario. Leggiamone il racconto come lo troviamo nel vangelo secondo Luca, al capitolo 7, dal versetto 36 al 50.
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Qualche tempo fa, un commentatore, in occasione di un fatto di cronaca che coinvolgeva dei giovani senza ideali né remore morali disposti a commettere anche dei crimini nefandi pur di riempire il vuoto della loro anima con emozioni forti, faceva i seguenti commenti sullo stato della nostra società. «Una società confusa, contraddittoria, priva di valori, cos’altro può generare se non figli preda dell’individualismo, in cerca solo di emozioni sempre più forti? I giovani sono senza colpa, sono vittime: gli adulti non hanno saputo trasmettere loro il senso di popolo, di comunità con delle radici. Come sorprendersi che anche la vita non sembri contare più nulla?».
È vero, nemmeno più la scuola sembra più in grado di insegnare come si deve la storia per farci sentire parte delle di un retaggio comune di tradizioni, di valori passati di generazione in generazione che a nostra volta abbiamo il dovere di ritrasmettere. Talvolta nemmeno ci importa di conoscere i migliori uomini e donne che ci hanno preceduto per apprezzare ed imparare da loro ed essere grati per la loro eredità culturale e spirituale.
Persino i cristiani – che sono parte di un popolo che affonda le loro radici nei millenni passati rischiano di perdere la memoria della loro storia per vivere di un presente superficiale e insipido. Sappiamo, come cristiani, per esempio, di essere spiritualmente parte del popolo ebraico verso il quale abbiamo un debito di onore e di riconoscenza?
Il tema delle letture bibliche di questa domenica, richiama la nostra attenzione, infatti, a quanto dobbiamo al popolo ebraico, alla sua fede e tradizioni secolari, alle quali il cristianesimo è saldamente ancorato.
Il testo biblico di oggi attraverso il quale Iddio ci vuole parlare per comunicarci la necessità di questo nostro dovuto apprezzamento verso gli Israeliti, è un frammento della conversazione che Gesù intrattiene con una donna samaritana che Egli incontra presso un pozzo ad attingere acqua. Quando Gesù la interpella, con grande sorpresa di questa donna, benché non si fossero mai prima incontrati, Gesù mostra di conoscere molto bene le vicende personali di questa samaritana e i suoi bisogni umani e spirituali. La donna ne rimane alquanto sconcertata e scambia Gesù per un indovino, un veggente, un profeta.
Ne approfitta così per porgli degli interrogativi religiosi che da sempre l'avevano resa perplessa. Leggiamo quanto troviamo nel vangelo secondo Giovanni, al capitolo 4 dal versetto 29 al 26.
"La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, e voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove si deve adorare». Gesù le disse: «Donna, credimi: l'ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo; perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». La donna gli disse: «Io so che il Messia, che è chiamato Cristo, deve venire; quando sarà venuto lui ci annunzierà ogni cosa». Gesù le disse: «Io sono, colui che ti parla»" (Giovanni 4:19-26).
Di questo testo vorrei oggi soffermarmi sulla frase di Gesù quando dice: “Noi adoriamo quel che conosciamo; perché la salvezza viene dai Giudei” (22) evidenziandone come conseguenza logica due punti: (a) il debito d'onore che i cristiani devono agli Israeliti; e (b) il carattere del nostro Dio come un Dio che opera delle scelte. In secondo luogo, considereremo brevemente la frase di Gesù: “... l'ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre” (21) che mette in evidenza come il culto cristiano non sia più incentrato in luoghi particolari.